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PUBLIC SPEAKING

La mia storia con il public speaking non è iniziata all’università.
È iniziata molto prima, anche se allora non lo sapevo.

Era il quinto anno di scuola superiore, in Argentina.

A un certo punto presi una decisione che non era esattamente “lineare”: lasciai la scuola per andare a giocare tre mesi in Brasile.

Quando tornai, mi aspettavano tredici esami per poter ottenere il diploma.
Li affrontai, non senza qualche difficoltà, ma li feci.

Forse anche per questo percorso un po’ fuori dagli schemi, la preside mi chiese di tenere il discorso finale alla cerimonia di consegna dei diplomi.

Era il 1999.
Avevo preparato un discorso completo, strutturato, pieno di quello che avevo vissuto in quei mesi in Brasile.

Oggi non ricordo quasi nulla di quello che dissi, ma ricordo perfettamente quello che mi disse una professoressa alla fine:
“Il tuo discorso era bellissimo… ma sei andata troppo di fretta.”

In quel momento non capii davvero il significato di quelle parole, ma col tempo ho capito che lì era iniziato tutto.

Qualche anno dopo arrivai negli Stati Uniti per iniziare la mia laurea in ingegneria dei sistemi alla George Mason University.

Il mio inglese era buono: abbastanza per entrare, abbastanza per seguire le lezioni, abbastanza per cavarmela.
Ma non abbastanza per sentirmi davvero sicura.

Tra i corsi del primo anno ce n’era uno che allora sembrava “uno dei tanti”: public speaking.

Durante il semestre dovevamo tenere tre discorsi davanti alla classe.
Non erano semplici esercizi, ma una parte importante della valutazione finale.

Ed è lì che ho capito qualcosa di fondamentale:
il problema non era parlare in inglese.

Il problema era organizzare il pensiero, sapere cosa dire, capire perché dirlo e, soprattutto, come dirlo.

Perché il “come” non è un dettaglio.
È tutto ciò che gli altri vedono e percepiscono.

È il modo in cui ti presenti, anche attraverso ciò che indossi.
È come entri nello spazio, come cammini, dove ti fermi quando vuoi sottolineare un punto.

Sono le pause, quelle vere, non riempite.
È il tono della voce, che accompagna il messaggio.
È il ritmo, che non deve essere né troppo veloce — come quel primo discorso — né troppo lento.

Sono lo sguardo.
La postura.
Il silenzio.

Tutte cose che non sono il contenuto, ma che determinano come quel contenuto arriva.

Perché parlare in pubblico non è improvvisazione.
È costruzione.
È allenamento.
È preparazione.

Oggi siamo abituati a vedere presentazioni perfette.

Pensiamo ai talk di TED.
Sembrano naturali, fluidi, quasi spontanei.

Ma dietro quei minuti ci sono ore di lavoro, prove, errori, aggiustamenti.

Nessuno parla davvero “a braccio” quando conta.

Questa lezione mi è tornata in mente anni dopo, durante la prima settimana del master a Roma, in una forma completamente diversa.

Una professoressa propose un esercizio apparentemente semplice: stare in piedi davanti alla classe, in silenzio.

Niente parole.
Solo gli sguardi degli altri.

Mi offrii volontaria.

All’inizio stavo bene.
I primi secondi — forse il primo minuto — ero a mio agio.

Poi qualcosa cambiò.
Non fuori.
Dentro.

Iniziai a chiedermi cosa stessero pensando gli altri.
Come mi vedessero.
Se stessi facendo una figura ridicola.

Nel giro di pochi secondi il corpo reagì prima ancora della mente:
diventai rossa, iniziai a sudare.

La professoressa mi fermò:
“Ok, basta così.”

In quel momento ho capito qualcosa che era iniziato anni prima, con quel primo discorso in Argentina.

Non è solo cosa dici.
Non è nemmeno solo come lo dici.

È come stai mentre lo dici.

Perché anche quando non parli, stai comunicando.
Sempre.

Preparare un discorso cambia tutto.

Ti dà struttura.
Ti dà sicurezza.
Ti aiuta a non andare troppo veloce.

Ma non basta.

Esiste un livello più profondo, che ha a che fare con la consapevolezza di sé.

I giudizi degli altri, reali o immaginati, influenzano le nostre reazioni, spesso senza che ce ne accorgiamo.

E la differenza non è evitarli.

È capire cosa succede dentro di noi
e cosa scegliamo di farne.

Se dovessi aggiungere un corso a qualsiasi percorso di laurea, non avrei dubbi.

Sarebbe questo.

Non solo per imparare a parlare in pubblico.

Ma per imparare a organizzare il pensiero, comunicare con intenzione e stare davanti agli altri senza perdersi.

Perché prima o poi, in qualsiasi percorso, arriva quel momento.E lì non parlerai solo di qualcosa.
Parlerai anche di te.