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Quando pensiamo all’università pensiamo a esami, libri, crediti, voti.

Ma alcune delle lezioni più importanti non sono nel programma.

Una delle esperienze che ricordo di più dei miei anni universitari negli Stati Uniti è legata al progetto finale della laurea in Systems Engineering.

Era un progetto molto complesso. Ogni squadra lavorava su un progetto diverso, sponsorizzato da una grande azienda.

Il nostro riguardava lo sviluppo di un sistema automatico di prevenzione delle collisioni tra aerei senza pilota (UAV).

In classe non eravamo in competizione tra di noi, perché ogni gruppo lavorava su un progetto differente. La vera competizione sarebbe arrivata dopo, confrontandoci con progetti simili sviluppati da altre università.

Per questo motivo il professore scelse cinque studenti come leader di progetto, ognuno responsabile di formare e guidare una squadra.

Io ero una di loro.

Ricordo ancora quel momento: riunì solo noi cinque leader in un’aula e ci spiegò che avremmo formato le squadre scegliendo i membri uno alla volta, in un ordine stabilito da lui.

Un piccolo esperimento di leadership.

Alla fine mi ritrovai con una squadra molto particolare: oltre a me c’erano quattro compagni di squadra maschi.

Uno americano, due di origine latina e uno di origine musulmana.

Ero l’unica donna del gruppo.

Il progetto sarebbe durato due semestri, praticamente un intero anno accademico.

E fu un anno tutt’altro che semplice.

Durante il lavoro ci furono tensioni, discussioni tecniche, momenti di grande pressione. A un certo punto del percorso la squadra mise anche in discussione la mia leadership e seguirono alcuni colloqui con il professore.

Ma la richiesta non ebbe seguito.

Continuammo a lavorare insieme.

E alla fine successe qualcosa che nessuno si aspettava.

Il nostro progetto vinse le due competizioni a cui partecipammo, confrontandosi con progetti simili sviluppati da altre università:

• una a West Point (la United States Military Academy, una delle accademie militari più prestigiose degli Stati Uniti)

• una alla University of Virginia

E ricevette il voto più alto tra tutti i progetti dell’anno.

Qualche settimana dopo partecipammo al banquet di fine anno del Dipartimento di Ingegneria, una serata in cui tutti gli studenti che stavano completando il loro percorso di laurea si ritrovavano insieme ai professori per celebrare la fine di quegli anni di studio.

Alla fine della serata, mentre ci salutavamo, provai a stringere la mano a ciascun membro del team per congratularci per il lavoro fatto.

Quando arrivai davanti al mio compagno di squadra di religione musulmana, lui non poté stringermela.

Non poteva farlo per le sue convinzioni religiose.

Io non lo sapevo.

Se lo avessi saputo, avrei evitato quell’attimo di imbarazzo per entrambi.

Per un momento mi fermai.

Poi capii qualcosa di molto importante.

In quell’anno avevamo lavorato insieme, discusso, superato tensioni culturali e personali, portato a termine un progetto complesso e raggiunto un risultato straordinario.

Ma non tutte le differenze si risolvono allo stesso modo.

E non sempre devono sparire perché un team possa funzionare.

Quell’esperienza mi ha insegnato molto più di qualsiasi libro di ingegneria.

Mi ha insegnato che leadership significa anche questo:

• lavorare con persone molto diverse da noi

• gestire visioni del mondo lontane dalla nostra

• portare avanti un obiettivo comune nonostante le difficoltà

Sono lezioni che nessun percorso accademico standard può davvero insegnare.

E forse è proprio questo il valore più grande delle esperienze:

ci insegnano cose che lo studio, da solo, non potrà mai dare.