Un viaggio che mi ha cambiata: il Brasile
C’è un momento, nella vita di uno sportivo, in cui smetti di pensare a te stesso come individuo e inizi a sentire la squadra come una parte del tuo cuore.
Il Brasile, per me, è stato proprio questo.
Durante il Campionato Sudamericano per Club, in Bolivia, il Presidente del Macaé Sports, una squadra carioca, mi chiese se avessi voluto unirmi a loro.
Non fu una scelta ragionata.
Fu istinto. Fu cuore. Fu dire sì a una porta che si apriva davanti a me — anche se, in realtà, il momento non era affatto perfetto.
Stavo frequentando il quinto anno delle scuole superiori e la proposta arrivò a metà dell’anno scolastico. Accettare significava utilizzare tutte le assenze, perdere l’anno e poterlo recuperare solo sostenendo un esame finale per ogni materia al mio rientro.
E in totale le materie erano 13.
Fu lì che presi la prima decisione controcorrente della mia vita.
Una di quelle scelte che dall’esterno possono sembrare folli, ma che dentro senti chiarissime.
Fu il momento in cui iniziai a costruire il mio futuro oltre i canoni del conosciuto, oltre ciò che ci si aspettava da me.
Arrivare a Macaé
Ricordo ancora l’odore dell’aria calda, l’oceano vicino, la musica ovunque, l’energia che non si può descrivere se non l’hai vissuta.
Il Brasile non ti accoglie: ti abbraccia.
La squadra Juniores del Macaé quell’anno fece qualcosa di straordinario:
- Campioni imbattuti del Torneo Carioca
La Pre-Juniores, dove giocavo anch’io, conquistò un quarto posto importante e sudato.
Ma non sono i risultati che porto con me nel cuore.
Porto:
- la risata negli spogliatoi dopo allenamenti interminabili,
- la sensazione di far parte di qualcosa di più grande del mio nome,
- il modo in cui quel Paese ti insegna a respirare la pallavolo con amore, non con ambizione.
Avevo letto la frase di Phil Jackson molte volte:
“Le grandi squadre diventano eccellenti quando i giocatori credono nel noi e non nell’io.”
Ma fu solo in Brasile che la capii davvero. Non con la mente. Con il cuore.
Mi riconobbero anche i giornali
- Acontece – Sezione Sport, 24 luglio 1999
- O Debate – Sezione Speciale, 6 agosto 1999
Piccole cose, ma per un ragazzo di quell’età…
sembrava che il mondo mi stesse dicendo:
“Continua. Vai.”
La scelta che ha segnato la mia strada
Alla fine della stagione, il Macaé mi offrì qualcosa che molti avrebbero definito un sogno:
restare in Brasile e giocare la Superliga.
Ma prima di partire, avevo fatto una promessa a mia mamma:
finire la scuola.
Tornai in Argentina.
E lì, mentre preparavo 13 esami in pochi mesi, accadde qualcosa dentro di me.
Capìi una cosa semplice e enorme:
Non dovevo scegliere tra studiare e giocare.
Io avevo bisogno di entrambe le cose.
E allora quell’idea, che prima era solo un sussurro, divenne un piano.
Un ponte si aprì davanti a me
Se volevo crescere come giocatore e come persona, c’era un posto che mi avrebbe permesso di farlo:
Gli Stati Uniti.
Dove studio e sport non si escludono, ma si sostengono a vicenda.
Ed è lì che la mia storia riprende.
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