“La nostra gloria più grande non consiste nel non cadere mai, ma nel rialzarci ogni volta che cadiamo.”
Confucio
Dove tutto è cominciato: l’Argentina
Le radici: da dove vengo
Prima ancora che la pallavolo entrasse nella mia vita, c’erano le mie radici a definire chi ero e chi sarei diventata.
Sono figlia unica di Alberto Umansky e Mirta Santarsiero, due mondi diversi che si sono incontrati e che mi hanno insegnato a unire forza e sensibilità, disciplina e curiosità.
Mio papà, Alberto, è cresciuto nello sport: prima come velocista, poi come giocatore di basket fino ad arrivare alla prima squadra dello Scholem Aleijem. Nelle sue storie c’erano sempre corse, allenamenti, fatica, passione. Una passione che scorreva già nelle vene dei miei bisnonni russi, emigrati in Argentina e legati alla tradizione ebraica.
Mia mamma, Mirta, era l’opposto: poco sport, tanti libri. Proveniva da una famiglia di radici italiane e di tradizione religiosa cattolica, e portava con sé un’eredità fatta di studio, rigore e dolcezza allo stesso tempo. Da lei ho imparato l’importanza della conoscenza, della sensibilità e della disciplina silenziosa.
Io sono nata dall’incontro di queste due anime:
✨ lo sport che ti insegna a cadere e rialzarti
✨ la cultura che ti insegna a osservare e comprendere
✨ e due tradizioni familiari diverse che mi hanno insegnato ad accogliere, integrare e crescere
Forse è per questo che, quando ho preso in mano un pallone per la prima volta, tutto ha trovato un senso naturale.
Dove tutto è cominciato: l’Argentina
L’inizio di un sogno
Tutto è cominciato nel 1992, quando per la prima volta entrai in palestra con un pallone tra le mani.
Giocavo per il Club Ciudad de Buenos Aires (CCBA) e avevo solo nove anni.
Fu lì che i miei allenatori mi trasmisero non solo la tecnica, ma soprattutto i valori profondi della pallavolo: il rispetto, la costanza, il lavoro di squadra.
[Collage foto CCBA]
Durante quegli anni, dal 1992 al 1998, ebbi l’onore di essere selezionata in diverse rappresentative regionali — l’equivalente argentino dei CQR italiani — per partecipare ai campionati nazionali Under 16 e Under 18.
Ogni torneo era un’avventura, un banco di prova, e con quelle squadre ottenemmo ottimi risultati a livello nazionale.
[Collage foto CQR]
Nel 1998 arrivò un’altra emozione importante: fui convocata a un collegiale della Nazionale argentina giovanile, una categoria sopra la mia.
Non fui selezionata per la rosa finale, ma quell’esperienza mi insegnò molto e — per un curioso gioco del destino — mi aprì la strada verso tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
Se fossi stata scelta, non avrei potuto partecipare al Campionato Sudamericano in Bolivia, l’evento che di lì a poco avrebbe cambiato la mia vita, non solo sportiva.
[Collage foto NAZIONALE]
Valori, esperienze, sogni: tutto si stava costruendo dentro di me, un passo alla volta, dentro e fuori dal campo.
Il coraggio di cambiare
Dopo sei anni al CCBA, sentii che era il momento di una nuova sfida.
Volevo crescere, mettermi alla prova con nuove compagne e nuovi allenatori, confrontarmi con altri modi di vivere la pallavolo.
A 16 anni presi la mia prima vera decisione da adulta: cambiare squadra.
La mia nuova casa divenne il Club Náutico Hacoaj, un ambiente pieno di energia e ambizione, dove ebbi la fortuna di allenarmi fianco a fianco con alcune delle migliori giocatrici argentine del momento.
Ero la seconda palleggiatrice, dietro Gabriela Truzzi, una pallavolista che ammiravo sin da bambina, dai tempi del CCBA.
Allenarmi con lei fu come osservare il mio futuro prendere forma.

Foto Hacoaj — 1998–1999
La prima esperienza internazionale
Con l’Hacoaj arrivò la mia prima esperienza internazionale.
La squadra si classificò seconda nella Lega Argentina, conquistando un posto nel Campionato Sudamericano per Club a Cochabamba, in Bolivia.
Quando ricevetti la convocazione, capii che stava per iniziare qualcosa di nuovo.
Durante quel torneo, il club brasiliano Macaé Sports mi propose di unirmi alla loro squadra giovanile, impegnata nel Campionato Carioca, uno dei più importanti del Paese.
Ne parlai con i miei genitori: insieme capimmo che era un’occasione unica.
A 17 anni lasciai Buenos Aires per il Brasile.
Un viaggio che avrebbe cambiato la mia vita, aprendomi non solo al mondo, ma anche a me stessa.
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Una punizione, una scelta di libertà
Quando tornai in Argentina, l’allenatore dell’Hacoaj — il club in cui ero ancora tesserata — mi sospese per una settimana.
Non aveva approvato la mia decisione di accettare l’offerta del Macaé.
Fu una delusione, ma anche una lezione: capii che seguire la propria strada richiede coraggio, anche quando gli altri non capiscono.
Decisi così di cambiare ancora e di cercare un ambiente dove poter crescere in libertà.
La mia nuova destinazione fu il Club River Plate.
Giocavo con la squadra giovanile e mi allenavo con la prima squadra, che militava nella Divisione d’Onore.
Ancora una volta ero seconda palleggiatrice, dietro Marita Paredes, da cui imparai moltissimo.
E, come un cerchio che si chiude, ebbi la possibilità di condividere il campo con il mio idolo di sempre: Mónica Kostolnik, che avevo conosciuto da piccola al CCBA.
L’allenatore del River, Flavio Leoni, che ammiravo profondamente, lasciò poi la squadra.
Io però rimasi ancora un anno: sentivo che ogni allenamento, ogni partita, era un tassello della mia crescita.
Alla fine di quella stagione capii che era arrivato il momento di mettere in campo tutto ciò che avevo imparato, da protagonista.
Il Vélez: il trampolino verso il futuro
La mia nuova casa fu il Club Vélez Sarsfield, dove divenni titolare sia nella squadra giovanile che in quella di Divisione d’Onore.
Giocare a quel livello mi diede sicurezza, fiducia e la consapevolezza di poter competere con le migliori.
Quando arrivai al Vélez, avevo già in mente il mio prossimo passo:
andare negli Stati Uniti per continuare a studiare e giocare.
L’allenatore Marcelo De Stefano comprese subito la mia visione e mi diede la libertà di prepararmi a quel salto.
Quegli ultimi otto mesi in Argentina furono intensi, pieni di partite, emozioni e allenamenti vissuti con gratitudine, sapendo che stavo chiudendo un ciclo e aprendo un sogno più grande.
[Collage foto HACOAJ–RIVER–VÉLEZ]
Un nuovo inizio
L’8 agosto 2001 salutai l’Argentina e volai verso Fairfax, Virginia, per iniziare un nuovo capitolo alla George Mason University:
una nuova casa, una nuova lingua, un nuovo equilibrio tra studio e sport.
Era la fine di un percorso e l’inizio di un sogno che portava con sé tutto ciò che avevo imparato in quegli otto anni di pallavolo, coraggio e crescita personale.
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